25 Feb

Professoressa, come si immagina di appassionare mio figlio alla sua materia?

domande

La domanda, posta con rispetto e reale interesse, mi è arrivata spontanea.

Ero, dopo alcuni minuti di monologo con questa insegnante che mi vedeva per la prima volta, un po’ stufa del solito andamento: un elenco delle cose buone e meno buone, di ciò che funziona e ciò che non funziona, del ragazzo in oggetto.

Mentre ascoltavo alcune domande scorrevano nella mente: mi chiederà qualcosa? Le interesserà sapere cosa penso del futuro di mio figlio, in relazione al percorso con lei? Potrà mai arrivare una domanda…che so… lei signora cosa vede in suo figlio in questo inizio? Cosa si aspetta da me e dall’insegnamento della mia materia?

La risposta è retorica. No, non esiste la possibilità perché non abbiamo costruito una cultura del dialogo, tra famiglia e scuola, dove le domande possono avere spazio e valore.

Le domande che aprono….vie, scambi, conoscenze.

Continuiamo con la cultura delle barricate, tu insegnante di là, io genitore di qua. E li fioriscono giudizi, pregiudizi, attacchi, difese…

Mentre decido che dirò lo stesso all’insegnante quanto mi piacerebbe che mio figlio si potesse appassionare a ciò che lei insegna e osservo come l’espressione della signora cambia (forse ha realizzato che sotto c’è un apprezzamento e rispetto…) penso che sarebbe così interessante creare un nuovo campo di comunicazione, trovare nuove vie per ‘costruire ponti’ tra scuola e famiglia che facilitino il passaggio dei ragazzi da un sistema all’altro, come dice una mia maestra Marianne Franke….

E dove le domande confermano il loro valore.

E aprono.

19 Feb

Psicologia…oltre la cornice?

psicologia1

Mi confronto regolarmente con giovani e giovanissimi che per svariate questioni approdano al mio studio e, altrettanto regolarmente, verifico con dispiacere come la cornice in cui inseriscono la psicologia, o la psicoterapia, sé stessi inclusi, è una cornice stretta, oppressiva, giudicante, condizionata da un passato giovane, che costringe fortemente il nostro sguardo

Non parliamo degli adulti.

‘Se sono qui è perché ho gravi problemi’, ‘non vado bene’ nella migliore delle ipotesi, ‘sono fuori di testa o matto’ in quelle più pesanti.

E, ancora, nella ipotesi più frequente, immagino di avere davanti un luuuuunghissimo tempo insieme, un graaaaaande investimento di tempo, energia, soldi.

Un po’ alla Woody Allen.

Ovviamente chi si rivolge al mio mondo è mosso da un problema o da una difficoltà. Ovviamente esiste per diversi la necessità di un lungo e continuativo percorso.

Ma se non fosse ‘solo’ così?

Se potessimo pensare alla psicologia come un luogo dove la nostra anima può ricevere ascolto, attenzione e cure, magari preventive, come accade per altre parti di noi esseri umani?

Se potessimo pensare ad una seduta di psicoterapia come un piccolo o grande viaggio, dove, accompagnati, esploriamo terre sconosciute, spinti sì da una necessità, ma una necessità che ci muove al servizio della nostra evoluzione?

Se potessimo pensare che torneremo a casa, come da qualsiasi viaggio, molto arricchiti magari, o magari un po’ affaticati o anche un po’ delusi, ma mai come eravamo partiti?? Diversi, nuovi, viaggiatori più consapevoli??

Buoni viaggi possibili.

11 Feb

Quel che è 

E’ assurdo

dice la ragione

E’ quel che è

dice l’amore

E’ infelicità

dice il calcolo

Non è altro che dolore

dice la paura

E’ vano

dice il giudizio

E’ quel che è

dice l’amore

E’ ridicolo

dice l’orgoglio

E’ avventato

dice la prudenza

E’ impossibile

dice l’esperienza

E’ quel che è

dice l’amore

Erich Fried

quelchee

04 Feb

Fare senza fare

Rifletto sulla estrema difficoltà di sperimentare il ‘non fare’.

Anche quando scegliamo, con un atto di volontà, di praticare meditazione, mindfullness o qualsiasi altro esercizio che nasce dal desiderio di vivere con maggiore consapevolezza, ebbene, anche in quel caso (ed è esperienza personale e di tante persone incontrate negli anni…) ci scontriamo con l’enorme resistenza che si scatena quando si tratta di sedersi, semplicemente sedersi.

E non fare.

Esiste una vita possibile, una realtà libera dallo sforzo?

Sembra proprio di sì, e le parole dei meditatori ci vengono in aiuto, lasciando intravedere una possibilità…

“Non insistere nello sforzo, bensì vivere nell’abbandono. Sia l’arte sia la meditazione nascono sempre dalla resa, mai dallo sforzo…..

I cinesi hanno un concetto per questo: wu wei, fare senza fare. Wu wei consiste nel metterti nella disposizione adeguata affinchè qualcosa si realizzi per mediazione tua, ma senza farlo tu direttamente, forzando il suo avvio, sviluppo o culmine.”  (Pablo d’Ors, Biografia del silenzio).

Sederci in compagnia è un aiuto; animati dallo stesso desiderio di fare senza fare, insieme è più facile.

nonfare